giovedì 25 luglio 2013

Le Terminologie della Crisi - Il Decreto del Fare... sempre Fessi i Cittadini!

Seduta fiume in parlamento.
La camera va ad oltranza nella speranza di fiaccare le opposizioni.
La maggioranza bulgara nei numeri ma tutta italiana nei fatti... ossia poco seria... si arrocca sulla propria "Emergenza" (!?) con una fiducia mirata a bloccare ogni intervento modificativo, costruttivo... ogni rilievo, ogni dissenso, ogni proposta alternativa.
La scusa è sempre la stessa: L'urgenza di fare presto perché il baratro è dietro l'angolo e "Loro" vogliono salvarci dal precipizio.

Invito ognuno a di Noi a seguire con attenzione, su ogni canale possibile, i lavori reali del parlamento ove la cecità (opportunistica, interessata, fraudolenta, incapace) delle posizioni ideologiche degli affiliati al governo delle larghe intese... dimostra tutta la sua arroganza da un lato e la pericolosità distruttiva (non solo per la democrazia ma soprattutto per la coesione sociale e comunitaria) dall'altro.

Sono stato spesso critico in passato su determinate posizioni o genie del Movimento Cinque Stelle.
Possibili derive demagogiche od infruttuose.
Incoerenza e.o confusione di fondo riguardo le posizioni sui trattati capestro europei e la genesi medesima di questa crisi epocale.
Sul ruolo dell'Euro e la marginalità sempre più evidente dell'autonomia economica, sociale e fiscale che l'Italia sta vivendo e subendo rispetto alla continua ed inequivocabile perdita ed erosione del significato profondo di Sovranità a favore delle oligarchie burocratiche ed autoreferenziali di Bruxelles.
Sul ruolo del Guru (Grillo, Casaleggio o chi altri per loro) che rischia di tradursi nella deriva del "leader fine a se stesso" (Anni fa asserivo con ironia: "Dove c'è una folla c'è un Leader, dove c'è una Leader c'è una dittatura) che potrebbe portare sii ad una rivoluzione copernicana positiva ma anche ad un rovescio anarchico o reazionario o populista.

Nonostante tutto ciò... continuo a riservare, a chi dimostra di meritarselo sul campo e con tutta la buona volontà ed impegno possibili... il beneficio del dubbio.

E quindi mi predispongo, con partecipazione critica e con fiducia mai sopita nel prossimo, all'ascolto di ogni voce che si voglia porre fuori dal coro del conformismo ineluttabile del "politichese".
Che tenti di porsi fuori dal malaffare tipico ed opportunismo di chi vive di rendite di posizione o di luce riflessa!
Che tenti di fare un passo avanti verso la costruzione di una sperabile e rediviva coscienza e conseguenzialmente porsi al servizio sincero dello Stato e delle sue Istituzioni e non al servizio "calibrato dallo squallido tornaconto personale"!

Propongo pertanto, di seguito, alcuni pezzi video degli interventi dei deputati del M5S relativi al Decreto del (Malaf)Fare!

Rebus sic stantibus!

Un saluto,
Elmoamf




lunedì 15 luglio 2013

Le Terminologie della Crisi - I Trattati brevissima sintesi

Tratto dal sito Uniamo - Federazione Italiana Malattie Rare un breve articolo scritto da Nicola Spinelli il 14 maggio u.s. dal titolo:




L'obiettivo per il momento è solo gettare una scintilla di riflessione per poi approfondire più in la e meglio le implicazioni ed i risvolti che determinate decisioni, prese sovente dall'alto, senza colpo ferire e soprattutto per il "Ns Bene", influiranno diversamente, in maniera incisivamente restrittiva, sulle "Ns Libertà" personali, identitarie e comunitarie.

Un saluto,
Elmoamf


Di Nicola Spinelli

Pacco, doppio pacco, contropaccotto...

Sembra il titolo dell'ultimo film per il cinema di Nanni Loy, uscito nelle sale nel 1993. Il riferimento sembra chiamato anche dai contenuti. Con l'approvazione da parte del Consiglio dell'Unione Europea del "Two pack" si completa il processo di stabilizzazione economica e fiscale dei Paesi comunitari dell'area Euro. È la svolta epocale? probabilmente sì. Riguarda anche la salute dei cittadini? quasi sicuramente.
Vediamo meglio i dettagli.
Negli ultimi anni l'UE ha messo in atto una precisa strategia di intervento che tramite regolamenti e direttive ha posto una estrema attenzione alla stabilizzazione economica e fiscale. Si è cominciato con il "Six Pack" del 2011, costituito da cinque regolamenti e una direttiva (ecco il perché del numero 6). Nel 2012 tocca al "Trattato di Stabilità, Coordinamento e Governo (TSCG), accordo intergovernativo forzato dalla Commissione Europea. Parte essenziale del TSCG è il c.d "Fiscal Compact", che obbliga i Paesi gravemente indebitati come l'Italia a dover restituire per i prossimi venti anni circa 80 miliardi (per altri 100) ogni anno per azzerare il debito. È in funzione del "Fiscal Compact" che l'italia ha inserito il pareggio di bilancio nella Costituzione repubblicana. 
Il "Two Pack" appena approvato, che dovrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2014 completa il processo dando probabilmente il colpo di grazia alla sovranità e autonomia Italiana. Con l'entrata in vigore del "Two Pack" non solo gli Stati membri dovranno farsi controllare i bilanci di previsione per l'anno successivo (entro ottobre di ogni anno), ma se la Commissione Europea ritenesse sbagliata la manovra prevista potrà cambiarla come vuole e imporne l'adozione, pena ulteriori pesantissime sanzioni. Le conseguenze potrebbero essere devastanti.

E la Sanità? Era uno degli argomenti su cui l'autonomia dei Paesi membri regnava e l'UE poteva solo azzardarsi a dare delle raccomandazioni. Ora non sarà più così. La Legge di Stabilità italiana (ex Legge Finanziaria), infatti, ha una rilevanza di riparto finanziario e di programmazione centrale per la Sanità pubblica fondamentale. I nuovi super-poteri auto determinati dalla Commissione Europea permetteranno "dalla finestra" di metter mano a ciò che non potevano fare "dal portone". 
Una domanda, ma anche due, sorge spontanea: quanto bassa è stata l'informazione pubblica su questi argomenti negli ultimi tre anni? ma soprattutto che fanno realmente i nostri euro deputati? Davvero la politica non poteva fare niente per cambiare almeno un pochino la direzione? Sarà un caso che in Parlamento non si riesce ancora a convocare proprio la Commissione permanente per le politiche dell'Unione Europea?
Speriamo di poter conoscere presto le risposte a queste domande.



domenica 14 luglio 2013

La nuova Battaglia

Sono ancora in fase di embrione ma mi appresto a combattere.

Il mio obiettivo primario è la divulgazione in funzione di una sana assunzione di responsabilità e consapevolezza critica e pertanto una conseguenziale ricerca di autodeterminazione o per meglio definirla in altri e più alti ed appropriati termini: Emancipazione!

Il mio obiettivo di fondo è non soccombere... alla realtà tristemente soverchiante od a me stesso tristemente sconfitto!

La sconfitta, però, qui non è contemplata!

E non per presunzione ma per ostinata Fede!

Il futuro siamo noi a costruirlo e solo insieme saremo in grado di realizzarlo... ma prima di ogni altra cosa una sana autocritica sul ns operato è d'obbligo!

Qui tento di iniziare un nuovo percorso ossia quello legato alle "TERMINOLOGIE DELLA CRISI"!

Per quanto potrò tenterò di essere incisivo e per quel che non potrò tenterò quantomeno di essere propositivo.

Il ns nemico non è certamente il prossimo ma la distorta opinione che abbiamo di esso, spesso purtroppo a ragione...pregiudiziale!

E' per questo e ciò nonostante... che il maggior sforzo sarà non nel convincere quel prossimo sulla bontà e sincerità delle proprie personali azioni o convinzioni quanto sulla potenziale bontà e sincerità delle azioni e convinzioni altrui rispetto al necessario ed opportuno confronto come all'eventuale sintesi con le ns.

In medio stat virtus o più prosaicamente la virtù è di chi riconosce l'autocritica come primo elemento essenziale della propria analisi della realtà!

Ed allora non ammainiamo la bandiera ma alziamola fieri verso l'orizzonte per affermare consapevoli la ns sincera, innata, profonda e determinata "Identità"

Un saluto combattivo,

Elmoamf

sabato 6 luglio 2013

I Dettami dei Vincoli Esterni nell'era del tutto è lecito e permesso ma solo per chi "scrive" le regole!

Dall'Onorevole Blog:

Voci dall'Estero!

Troika per tutti! (Governance economica per principianti)

Da Corporate Europe un piccolo manuale per spiegare la crisi ai principianti e sollecitare i cittadini europei alla resistenza

(Traduzione di Ugo Sirtori)

Come e perché la politica economica dell'UE cambia le nostre vite

A partire dallo scoppio della crisi l'UE ha sviluppato una nuova legislazione per controllare la politica economica degli stati membri, chiamata "governance economica". Anche se queste leggi e le materie che toccano vengono discusse come se fossero soltanto materie da tecnici, esse incidono sulla nostra vita quotidiana, dal taglio dei salari, ai servizi privatizzati, passando per le pensioni perse. Ecco una breve descrizione degli effetti di alcune di queste riforme.

Cosa ha provocato la crisi?

Perché l'Europa è in crisi? Perché 5 anni fa, scommesse pazze fatte dalle banche hanno fatto saltare in aria i mercati finanziari. Ciò ha generato effetti particolarmente gravi in Europa a causa degli squilibri esistenti tra i diversi paesi. Un mercato unico liberalizzato e la moneta comune hanno messo i paesi in competizione sfrenata e, negli anni precedenti la crisi, ci sono stati vincitori e vinti. Una causa importante degli squilibri è stata la repressione dei salari dell'ultimo decennio in paesi come la Germania, che ha avuto un effetto drammatico su altri paesi dell'eurozona. Mentre l'economia tedesca e di qualche altro paese diventavano più forti, altri paesi come la Grecia venivano messi all'angolo. 

La crisi finanziaria ha colpito tutti, i debiti pubblici sono aumentati ovunque a causa di costosi salvataggi bancari. Ma i paesi dell'eurozona che si sono trovati dalla parte perdente si sono cacciati in guai più grossi degli altri.

La versione mitologica della crisi

L'élite politica ed economica comprende questo meccanismo? No:



Al contrario, ci stanno raccontando una favola nella quale la crisi è stata creata da stati irresponsabili che si sono indebitati eccessivamente a causa della spesa pubblica - dimenticandosi molto opportunamente di citare il debito pubblico creato per salvare le banche private - e indicano come colpevoli i mercati del lavoro non competitivi e i salari nel sud Europa, spacciando l'assurda bugia che i problemi economici sono stati causati dai pigri europei del sud. Questa falsa storiella fa sembrare l'austerità e l'attacco ai salari come la soluzione più logica.

Imporre austerità perpetua! Troika per tutti!



La via più evidente per imporre queste politiche da parte dell'UE è attraverso le gravose condizioni sui prestiti all'Irlanda, al Portogallo, alla Romania, alla Bulgaria e alla Grecia. L'esecutore è la famigerata "Troika" - la BCE, la Commissione Europea e il Fondo Monetario Internazionale. 

Ma in parallelo, un nuovo sistema di "governance economica" è stato messo in piedi per imporre austerità a tutta la UE. Per farlo, negli ultimi anni, l'UE ha approvato diversi “Packs” “Compacts”, con nomi oscuri e fuorvianti come “Euro Plus Pact”, “Fiscal Compact”, “Six Pack” o “Two Pack”. Il “Six Pack”, “Two Pack” e gli altri non riguardano offerte di birra o l’hip-hop, sono invece vincoli per condizionare le politiche di bilancio dei paesi membri – qualsiasi sia la scelta degli elettori, i governi dovranno seguire delle regole di spesa prefissate – e imporre austerità senza fine. 

Secondo le nuove regole, i paesi devono ridurre i propri debiti pubblici e i deficit non possono superare certi limiti. Se la Commissione Europea – un’istituzione potente ma non eletta democraticamente – ritiene che queste regole siano state violate, può punire il paese in questione applicando sanzioni.

I diritti sociali sono il male – la competitività è tutto

In più, la Commissione misura la “competitività” di ciascun stato membro, per esempio attraverso l’evoluzione dei livelli salariali. 


Se la Commissione vede “squilibri” – per esempio la Commissione spesso considera i salari troppo alti – può mettere in atto sanzioni economiche e forzare il paese in questione a cambiare politica economica. 

In generale, queste regole promuovono politiche favorevoli al profitto, e fanno pressione sugli stati membri per ridurre le spese sociali e tagliare i servizi pubblici. Stretti vincoli di bilancio hanno un effetto diretto sul nostro tenore di vita. L’istruzione, le cure mediche, le pensioni e i salari del settore pubblico vengono tagliati per risparmiare, mentre i servizi pubblici vengono privatizzati per fare cassa in poco tempo. Se non fai parte della classe dei super-ricchi, sarai tu, la tua famiglia e i tuoi figli a subire tutto questo.

Inoltre, la misura della “competitività” provoca una pericolosa corsa al ribasso dove il paese con i salari più bassi è visto come il “vincitore”, perché investire là sarà meno costoso e sarà più facile esportare. Ma chiaramente non tutti in questo paese beneficeranno della vittoria - tutto il contrario.

Il meglio deve ancora arrivare!

Ma le élite europee non si fermano qui. Al momento la Commissione Europea e il governo tedesco stanno spingendo per i cosiddetti “Contratti di Competitività”. L’’idea è che i paesi della UE dovrebbero firmare dei contratti con la Commissione che li obbligherebbero a condurre specifiche “riforme strutturali”, probabilmente in cambio di benefici finanziari. Queste riforme danneggerebbero gravemente le fondamenta della democrazia, perché la competenza a decidere il corso economico di un paese passerebbe dai parlamenti democraticamente eletti alla Commissione Europea.


Come sappiamo dalle raccomandazioni economiche della Commissione, queste riforme strutturali che suonano così innocue, molto probabilmente distruggeranno il diritto alla contrattazione collettiva dei contratti di lavoro, le leggi che regolano i licenziamenti, i regimi delle pensioni pubbliche e costringeranno alla liberalizzazioni di molti servizi indispensabili. Tutte queste cose sono fondamentali per il nostro livello di benessere e per il diritto di difenderlo e di migliorarlo. Una volta persi, questi diritti saranno molto più difficili da riconquistare.

Cosa posso fare io?

Queste politiche impongono a milioni di persone di pagare un caro prezzo, hanno un effetto estremamente dannoso sulle economie degli stati membri in tempo di crisi, e mettono in pericolo la democrazia. Pertanto dobbiamo agire insieme ora! Informati e informa gli altri. Organizza riunioni e azioni contro le leggi che già hanno fatto passare e in particolare contro quelle che stanno cercando di implementare. Possiamo ancora fermare questo progetto, ribaltarlo, e cambiare il corso degli eventi in Europa. Ma questo richiederà uno sforzo coordinato di informazione pubblica e resistenza che guardi al di là dei confini nazionali e si organizzi oltrepassando i confini degli stati membri.

N.B.:
Tratto dall'ottimo Blog di divulgazione e riflessione economica e non "Voci dall'Estero"

sabato 22 giugno 2013

Costanti di ricognizione

La leva monetaria come voluta genesi della crisi.
Basando le analisi di bilancio(dello Stato come di qualsivoglia altra entità economica) sul solo valore d'esercizio esplicato in termini e numeri "monetari"...
…saremmo o siamo inesorabilmente già falliti!
Non è questo però il dramma, essendo in passato "monetaristicamente" falliti tanti altri stati... innumerevoli volte.
Il dramma risiede o potrebbe eufemisticamente celarsi in chi si appresta ad essere il riscossore e pertanto al ruolo che quest'ultimo assumerà o desidererà rivestire.
Ciò che sfugge all'opinione pubblica ingenuamente assopita è il concetto di "leva" spesso tecnicisticamente richiamato nell'immaginario collettivo come cardine di un sistema basato sullo sviluppo.
O diversamente additato come elemento avulso dal sistema che ha portato lo stesso al conflitto ed alla distruzione per eccessiva sopravvalutazione.
Nessuno del popolo è però in grado di pontificare sulla Sua sostanza.
La leva richiama alla memoria un fulcro, un cardine, un punto d'appoggio sul quale sviluppare il proprio gioco ludico costruito sull'infantile spensieratezza o sulla spregiudicata quanto azzardata ricerca della propria maturità, volgarmente confusa con l'indipendenza non tanto economica quanto appunto monetaria… o viceversa…?!?
La leva si confonde abilmente e mellifluamente con il Minotauro moderno adatto a confondere la direzione nel labirinto esistenziale dell'uomo… "oggetto" nell'era globalizzata e globalizzante della dispersione "filosofica" come ed ancor più "tradizionale".
La leva rappresenta il trampolino di “livello” per coloro che auspichino ad una mera elevazione materiale ma che fatalmente si accorgono, solo a posteriori e tardivamente, della falsità quanto fatalità della loro scelta!
La leva in tal caso non è un trampolino quanto una fossa camuffata da un’intricante quanto pregiato tappeto.
Richiama colori ed intrecci arabeschi di matematica assuefazione come di arcana e caricaturale architettura orientale presso la quale poter raggiungere l’eccelso pur nella propria decadenza interpretativa occidentale.
Non voglio con ciò contrapporre conoscenze ed esperienze “essenziali”… misurando in antagonismo conoscenze che si considerino di provenienza diversa ed appunto contrapposta.
Rimarco solo l’ingenuità d’approccio verso l’essenza stessa ovunque essa si dimostri, si presenti od ineluttabilmente “emerga”.
Siamo vittime della “leva” come “inconsci” sostenitori del dramma “monetario”.
Tutti improntati ad una valutazione materiale quale cardine del ns sistema e pertanto dissociati dalla vera essenza del ns essere ed esistere in questo mondo che seppur materiale è in grado ns malgrado (appunto) di andare oltre ogni ns plausibile comprensione.
Siamo già falliti… Sii ma non “contabillmente!!!
Siamo falliti dentro “umanamente!

Un saluto
Elmoamf

sabato 18 maggio 2013

La crisi economica come Maestra di Crescita Spirituale di Pierluigi Paoletti

Socio fondatore e presidente di Aricpelago Scec in una serie di video che presentano un percorso di recupero coscienziale della propria analisi sulla realtà.

Buona visione,

Elmoamf
















domenica 28 aprile 2013

Costituzione, Economia e Stato Sociale

Riprendo qui un articolo datato 2006 e tratto dalla rivista on line Sintesi Dialettica, che esamina, alla luce della ns Costituzione, i rapporti tra Stato e Libero Mercato e pertanto in stretta relazione tra le presunte e dovute cessioni di sovranità nazionale rispetto ai sostanziali principi e dettami dei ns padri costituenti.

Sintesi, appunto, e diagnosi di realtà dimenticate.

Una buona lettura ed un altrettanto buona riflessione.

Un saluto,
Elmoamf



Articolo
La oramai inflazionata moda della rievocazione dello Stato liberale rappresenta, alla luce del dettato costituzionale e della teoria della forma di stato, un nostalgico ritorno al passato ed un’involuzione. Sulla scorta dell’analisi che qui presentiamo, evocareconsapevolmente l’idea dello Stato liberale è da considerarsi un vero e proprio attentato alla Costituzione della Repubblica italiana.
La dottrina costituzionalistica, tra i suoi vari distinguo, attua pure quello tra Stato liberale eStato sociale, rappresentando quest’ultimo un’evoluzione del primo. Questa evoluzione, nonostante le analisi di denuncia degli esponenti del socialismo e del cattolicesimo[1]ottocentesco, ma anche degli stessi esponenti del liberalismo – Alexis de Toqueville su tutti –, si è avuta solo una volta che il modello dello Stato liberale, degenerato verso l’individualismo radicale dell’homo homini lupus, degenerò verso i totalitarismi del secondo ventennio del ‘900. Questo ha voluto dire passare da una concezione meramente garantista, quella delle libertà negative (libertà dallo Stato), ad una concezione (pro)positiva (libertà nello Stato).
Questa evoluzione concettuale e funzionale dallo Stato liberale allo Stato sociale è sancita in modo esplicito dalla Costituzione all’art. 2 – “La Repubblica … richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.” –, all’art. 3, 2° comma – “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” – e all’art. 4, 1° comma – “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Il Costituente, conscio che l’economia non sia altro che un riflesso della bontà del modello culturale adottato – che buono non può essere quando non procede verso il miglioramento generalizzato delle condizioni di vita della popolazione –, già dall’art. 1, 1° comma della Costituzione, tra i “Principi fondamentali” (artt. 1-12), fa un immediato riferimento al lavorosancendo solennemente: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Ma il riferimento all’economia, come si è già visto, è esplicito anche agli artt. 2, 3, 4 della Costituzione.
La questione economica, per il Costituente repubblicano, è dunque primaria, tanto da farvi riferimento nei primi quattro articoli del suo dettato.
A tal proposito, ci si potrebbe chiedere quanta sia oggi la distanza tra Costituzione formale e Costituzione materiale. Ma, più ancora, tra la cultura dei pensatori del ’48 e la cultura deipragmatici d’oggi, che non fondano mail le proprie elaborazioni teorico-politiche sul pilastro dello sviluppo economico generalizzato[2], quanto piuttosto su demagogiche e velleitarie pretese di “esportare” democrazia, giustizia, libertà[3].
In questo quadro, il ruolo che i costituenti vollero per lo Stato fu quello interventista. Infatti, se a questo riguardo il tono del dettato è in molti punti possibilista – si pensi all’art. 42, 3° comma, e all’art. 43 –, all’art. 3, 2° comma, quello dell’eguaglianza sostanziale, all’art. 41, 3° comma[4] sulla attività economica, e all’art. 47 sul credito, è prescrittivi, anche se si è inteso interpretarlo in chiave programmatica, come a voler dire che è rimandato a non si sa quando.
A distanza di quasi sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, soprattutto in considerazione del fatto che durante il suo primo ventennio di vita, “la libertà e l’eguaglianza dei cittadini” erano costantemente ricercate[5], ci si può chiedere: il “programma” dell’art. 3, 2° comma, Cost., quando verrà ripreso, e soprattutto, perché è stato abbandonato negli ultimi trent’anni, durante i quali la forbice tra alti e bassi redditi ha ripreso vertiginosamente ad allargarsi?
Il lavoro
Come già visto, l’art. 1, 1° comma, Cost. recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
“I padri costituenti con questo primo articolo hanno doverosamente individuato un primus a cui fare inevitabilmente riferimento affinché si abbia una sana concezione delle relazioni politico-sociali e della persona umana.”[6] Il lavoro è dunque un pilastro su cui si erge il nostro sistema costituzionale. Sarebbe probabilmente bastata la corretta interpretazione, ricavabile dal combinato disposto degli artt. 1 e 3 della Costituzione per rilevare che il lavoro è un diritto. Ma il Costituente, all’art. 4, lo ha voluto sancire espressamente. Il lavoro,inquadrato nel reticolato dei principi sanciti dalla nostra Costituzione, risulta essere l’unico strumento per eliminare le disuguaglianze sociali. Tuttavia, affinché ciò possa efficacemente realizzarsi “è bene interpretare il concetto di “lavoro” dal punto di vista più alto, e cioè come applicazione delle facoltà cognitivo-creative uniche dell’uomo, quelle che ci differenziano dagli animali e che permettono, attraverso le scoperte scientifiche, di aumentare la produttività con lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie. Questo onde evitare l’interpretazione riduttiva, marxista e feudale, oltre che antieconomica, del lavoro come semplice lavoro delle braccia.”[7]
Il dettato costituzionale, in più, avverte anche un’esigenza di carattere morale, esprimendo il netto rifiuto di una concezione dell’uomo come animale ozioso, vizioso e parassitario. Così l’art. 4, 2° comma, Cost. recita: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.[8] Dal peso derivante sulla società da questo inciso, in particolare sui governanti, non ci si può lealmente liberare sostenendo che nella società post-industriale della disoccupazione crescente, questo diritto non può essere riconosciuto e dunque, altrettanto, il dovere al lavoro non può essere preteso. Infatti il Costituente stesso, nel momento in cui emanò questa norma di principio, lo fece in un contesto storico di cui aveva piena consapevolezza, ossia quello della fase post-bellica della disoccupazione di massa. Se alla norma deve essere attribuito carattere programmatico, in ogni caso ciò esclude che dalla sua luce si possa scappare con forza crescente a distanza di quasi sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione. L’adesione alle politiche non interventiste e neo-liberiste avutasi con l’accettazione dei diktat del Fondo monetario internazionale a partire dal 1974, e poi a quelle di Maastricht dal ’92, non può essere giustificata col ricorso all’art. 11 Cost., poiché la violazione dell’art. 4 Cost., espressione dei principi fondamentali del dettato, risulta essere palese con l’adesione a quelle dottrine che il Costituente volle, invece, espressamente condannare. Ciò risulta sia dalla lettera che da un’interpretazione sistematica di tutto il testo.
La questione della proprietà privata
Anche la questione della proprietà privata è fra quelle che più segna il passaggio dalla forma di Stato liberale a quella dello Stato sociale. Se all’art. 29 dello Statuto Albertino, si parlava diinviolabilità della proprietà privata, la nostra Costituzione, all’art. 42, sposa una concezione che la dottrina ha definito “funzionale” di tale diritto, in quanto lo subordina al “perseguimento di determinati fini sociali”, tanto da parlarne come di “diritto soggetto ad affievolimento”[9].
L’eco della concezione cattolica della proprietà è fortissimo e si inserisce nella tradizione del Codice di Camaldoli[10].
E’ interessante notare la gerarchia adottata dal Costituente nel parlare di proprietà pubblica e privata: viene data, almeno in termini di citazione, la precedenza a quella pubblica. Questo aspetto è sicuramente rafforzato dagli articoli successivi, in riferimento a particolari categorie di beni.
Sezionando l’art. 42 della Costituzione, rileviamo che esso al primo comma recita: “La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.” Il legislatore costituzionale avverte dunque la necessità di citare la proprietà pubblica prima di quella privata. Ma avverte anche la necessità di precisare che i beni economici appartengono anche allo Stato, quasi a voler evitare ogni lettura, diciamo, anti-statalista che, alla luce della sola prima parte dell’articolo, avrebbe potuto interpretare l’aggettivo “pubblica” come genericamente riferibile al Popolo, negando così la sostanzialità dello Stato-Nazione. Di fatti, uno Stato senza proprietà alcuna, non è un soggetto libero.[11]
Il secondo comma recita: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.” Il Costituente rifiuta dunque la concezione marxista[12] della proprietà, sposando in modo pieno la ricostruzione fatta dalla Rerum Novarum di Leone XIII: proprietà privata sì, purché tale diritto sia esercitato non solo senza ledere l’altrui interesse, ma addirittura promuovendolo (“funzione sociale”, appunto). Viene detto poi che la proprietà privata deve essere resa “accessibile a tutti”. Questo, viste le attuali tendenze che il c.d. libero mercato consente di realizzare, deve essere inteso come un monito per impedire concentramenti di ricchezza così enormi da escludere sempre più il resto della cittadinanza dall’esercizio di questo diritto.
La Costituzione rafforza poi la sua presa di posizione passando da un’enunciazione di principio ad una maggiormente prescrittiva, anche se pur sempre possibilista: “La proprietà privata può essere, nei casi previsti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.
L’ultimo comma di questo art. 42, infine, resta attivo sulla strada della lotta al privilegio: “La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.” Se, dal lato privatistico, si vuol impedire il radicale scollamento del legame familiare, manifestato anche dal patrimonio, dal lato pubblicistico si ribadisce il collegamento esistente tra ricchezza individuale e comunità, riconoscendo l’esistenza di un diritto dello Stato sull’eredità. Dalla lettura di quest’articolo pare chiaro come la legge varata sotto il governo Berlusconi in materia successoria sia fuori del quadro costituzionale. Il Costituente, infatti, sostiene che lo Stato abbia dei diritti sull’eredità, e che questi diritti debbano essere disciplinati per legge. Interpretare questo comma sostenendo che la legge possa allora affermare che lo Stato non abbia alcun diritto sull’eredità, pur rappresentando formalmente un “valido” sillogismo, rappresenta sostanzialmente l’elusione della prescrizione costituzionale, e deve dunque essere rifiutato.
La questione del credito
La questione creditizia, oggi poco dibattuta a cospetto di una storia e di una scienza dell’economia che, invece, la pone sul gradino più alto degli aspetti direttamente connessi alle libertà individuali[13], non poteva non essere affrontata dal Costituente.
L’art. 47, 1° comma, Cost., recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.”
Anche questa norma è di carattere prescrittivo e non possibilista; infatti dice: la Repubblica incoraggia, tutela, disciplina, coordina, controlla; non “la Repubblica può incoraggiare, tutelare, ecc.”.
Ora, si potrebbe interpretare questo articolo dicendo: bene, la Costituzione afferma che la Repubblica disciplina il credito, così noi discipliniamo il credito dicendo che chiunque, a prescindere dagli scopi, può ottenere del credito. Una tale interpretazione a cosa corrisponderebbe se non ad un modo liberistoide di interpretare tale articolo, tanto da rendere inutile la previsione costituzionale? Nella sostanza, infatti, laddove il costituente, in merito al credito, niente avesse previsto, che differenza avrebbe fatto rispetto alla situazione prodotta da un simile tipo di interpretazione? Dunque, se il regime successorio in questo momento in vigore deve essere considerato esplicitamente incostituzionale, altrettanto deve esserlo il regime creditorio in vigore. In entrambi i casi si è fuggiti dalla prescrizione costituzionale, dandole un’interpretazione tale da renderla inutile.
Ad ogni modo il legislatore costituzionale, probabilmente conscio dei tentativi elusivi che dopo di lui interessi particolaristici avrebbero potuto esercitare a proprio vantaggio, precisa al 2° comma dello stesso articolo: “[La Repubblica] Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. In sostanza, mette in relazione diretta il livello finanziario (di cui il credito è aspetto centrale) con l’economia fisica, reale (abitazione e produzione agricola o di altro genere). Il Costituente è consapevole di come il credito, per avere una funzione sociale, per perseguire il Bene Comune, non possa andare verso attività meramente finanziarie (speculative), quanto piuttosto verso il sistema produttivo. Il Costituente, con questo articolo 47, entra nella tradizione propria del Sistema Americano di economia politica, come sviluppato da Alexander Hamilton sotto George Washington, Friedrich List, Henry C. Carey sotto Abramo Lincoln, e Franklin Delano Roosevelt.
La stessa emissione monetaria, alla luce del dettato costituzionale, non può spettare ad un organo indipendente come la Banca d’Italia, e oggi la Banca centrale europea. Il dettato costituzionale secondo la dottrina costituzionalistica, infatti, intende organi indipendenti - “cioè che debbano poter operare liberamente senza subire limitazioni da parte di altri organi, diverse da quelle previste dalla Costituzione”[14]  - tassativamente cinque attori: corpo elettorale, Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale. Non vi è dunque l’organo dell’emissione monetaria poiché tale funzione, come compreso dai padri costituenti americani, è funzione inscindibile dall’azione concertata tra potere esecutivo e potere legislativo.
Per poter correttamente interpretare l’art. 11, Cost. in combinato disposto con i principi fondamentali della nostra Costituzione come espressi dagli artt. 1, 3 e 4, s’impone dunque una competente conoscenza della scienza economica. Dunque, la privazione di sovranità monetaria prodottasi con l’adesione al Trattato di Maastricht – trattato che, in quanto ispirato dalla rifiutata concezione liberista dell’economia, svincola l’emissione creditizia dalla produzione[15] –, deve ritenersi in violazione della Costituzione, poiché il Popolo sovrano è privato di una sua fondamentale funzione, direttamente spettante alla Repubblica, quella della sovranità monetaria, necessaria per “il pieno sviluppo della persona umana”, per promuovere il diritto al lavoro e il progresso economico. Tutto ciò è cosa tanto più assurda se si considera che le banche centrali della tradizione c.d. liberale europea sono un consorzio delle principali banche private.
[1] Si pensi in particolare alla Rerum Novarum di Leone XIII.
[2] E’ espressione immediata della tradizione del ’48, il discorso del 20 settembre 2006 tenuto di fronte alle Nazioni Unite dal Presidente argentino Nestor Kirchner, che denunciando le politiche di ingerenza oligarchica alla sovranità delle singole Nazioni, sia da parte del Fondo Monetario Internazionale che da chi sta ricorrendo alla dottrina della “guerra preventiva”, ha sostanzialmente tenuto una lezione di arte del buon governo. Estratti del discorso a http://www.movisol.org/znews177.htm, 30 settembre 2006.
[3] Il sacerdote-educatore salesiano, Don Bosco, esprimeva questo principio di politica universale, chiedendo provocatoriamente agli educatori, come fosse possibile pretendere motivazione e disciplina, cultura e studio, a quei giovani a cui non veniva prima consentita la nutrizione, la pulizia, il vestiario.
[4] L’art. 41, 3° comma, Cost., recita: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
[5] Ciò è provato dal generale miglioramento delle condizioni di vita della popolazione: ampliamento delle libertà individuali e sociali, aumento della capacità produttiva del Paese, conseguente aumento della capacità d’acquisto reale e degli spazi da dedicare al tempo libero, alla famiglia, alla cultura.
[6] http://www.ilcannocchiale.it/blogs/style/writer/dettaglio.asp?id_blog=22878&id_day=17&id_month=9&id_year=2006, 30 settembre 2006.
[7] Ibidem.
[8] In ciò, l’influenza della tradizione umanista, in particolare dell’Utopia di Tommaso Moro, non potrebbe essere più diretta.
[9] Il virgolettato è di Caretti-De Siervo, Istituzioni di diritto pubblico, Giappichelli editore, Torino, 1994, pag. 624.
[10] Il Codice di Camaldoli è il frutto di un lavoro prodottosi nel luglio 1943 per opera di un gruppo di intellettuali cattolici, sia laici che religiosi, presso il monastero benedettino di Camaldoli. In quel particolare contesto storico, l’obiettivo fu quello di fissare i principi fondamentali del pensiero sociale cattolico.
[11] A tal proposito, come insegnato dal Sistema Americano di economia politica, o sistema hamiltoniano, anche la moneta deve essere di proprietà dello Stato e per il proprio sviluppo, lo Stato sovrano, non dovrebbe avere necessità di fare ricorso al credito concessogli dalle banche private, quanto piuttosto fare ricorso al proprio potere di emissione monetaria.
[12] Invero, anche nella produzione concettuale di Platone e Campanella, pensatori sicuramente appartenenti alla tradizione umanista non materialista, si parla di comunione dei beni.
[13] La questione creditizia è sempre stata centrale nella storia dell’uomo. Si pensi a come questa è trattata da Platone ne Le leggi o dalla dottrina cattolica. Esemplare, al fine di un corretto approccio epistemologico alla questione, è la tragicommedia shakespeariana de Il mercante di Venezia, dove le figure di Shylock e Antonio esemplificano i due antitetici modi di relazionarsi al rapporto di credito-debito.
[14] Ibidem, Caretti-De Siervo, pag. 118.
[15] Concepire il livello finanziario (emissione monetaria e creditizia) in modo svincolato da quello produttivo, è foriero di tutti quei mali tipici di una concezione formalista della realtà, che non consente di vedere la sostanza delle cose. Questa errata concezione dell’economia è tornata in voga in occidente, in modo pressoché incontrastato, dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. La conseguenza più immediata di tale concezione è la nascita incontrollabile di bolle speculative a tutto discapito di produzione e lavoro (economia fisica). Esemplari, quanto deplorevoli precedenti storici di ciò, furono la Francia di John Law, nonché la fase maturata tra fine ‘800 ed il 1932 a cui Franklin Delano Roosevelt pose fine.


Fonte:
Sintesi Dialettica per l'Identità Democratica