venerdì 7 dicembre 2012

Una nuova Teoria del Valore

In questi "ultimi" tempi sto cercando di ripassare temi e tempi di teoria economica ma la pigrizia, lo ammetto, non gioca affatto a mio favore.
Pur conservando e conversando su alcune conclusioni e dilemmi... stare al passo delle moderne analisi richiede un certo impegno e dedizione che al tempo presente non sono in grado di garantire.
Ciò non toglie che le mie capacità di riflessione (seppur deficitarie) se correttamente sollecitate, siano in grado di valutare i sistemi socio-economici ed i loro derivati assiomatici in termini che, personalmente, non  mi sentirei di disdegnare.. ma questa è un mia opinione di parte e naturalmente non può esser presa come termine "essenziale" di paragone o valutazione.
Più di ogni altra variabile appositamente studiata e testata, risulta però rilevante, nella presente osservazione, la capacità del singolo, anonimo interlocutore e protagonista suo malgrado del dramma esistenziale, nel trarre le proprie conclusioni sulle "astruse" dinamiche del divenire "terrestre".
Lo stesso termine terrestre deriva dalla necessità di distinguere.. e per certi versi elevare al rango di qualità superiore, la "cultura" umana rispetto alle possibili e sempre presenti e.o non prevedibilmente invadenti.. culture "extra". Termine, altresì, che rispecchia la necessità di richiamare tale cultura, materialmente trasposta nel concetto di comunità (intesa sia come singoli individui che come entità poliedrica e partecipativa), alle sue dirette responsabilità nel sollecitato ed agognato quieto viver quotidiano.
Già! Perché troppo spesso si reclama un certo standard elevato di comportamenti e poi nel concreto si soccombe ad una misera grettezza di azioni.
La coerenza tra il dire ed il fare, tra il teorizzare ed il mettere in pratica.. è sempre troppo labile rispetto alle proprie capacità di esser presenti a noi stessi nei momenti in cui ciò si riveli essenzialmente indispensabile.
In nome di una presunta necessità di sopravvivenza, ognuno di noi, purtroppo, sarebbe in grado di vendersi al miglior offerente e.o acquirente di turno.
E ciò, per altri versi, non lo considererei del tutto biasimevole.. se dettato da valutazioni non criticamente (coscientemente e consapevolmente) determinate.
O se quelle stesse valutazioni fossero state conseguenza di martirio e sacrificio "personale".
Sfido, però, chiunque nell'esser in grado di rispecchiarsi in tale "ascesi"!
E già! Perché, inevitabilmente, ognuno di noi, suo malgrado, nasconde uno scheletro nell'armadio.
E tale scheletro risulta determinante in ogni suo incedere rispetto a quei condizionamenti esterni che la realtà impone.
Pertanto, prima di privilegiarsi dell'appellativo di uomini senza macchia, sarebbe opportuno fare ammenda e chiedere perdono delle proprie mancanze e dei propri peccati.
E non in termini volgarmente religiosi ma più concretamente personali.
Ossia in termini intellettuali, filosofici, sociali e pratici che non si facciano beffa dell'intelligenza ns propria come dell'intelligenza altrui. Basati su di un concetto di coerenza "tout court" ma soprattutto sullo spirito di "verità" intimamente e sinceramente sentito e perseguito.
Chi agisce in spirito di verità sovente cavalca l'onda del biasimo "pro o contro" ma in nome di un bene od onore che va al di là del proprio interesse personale. Al tempo stesso ne è travolto.. dalla cupidigia e dall'avidità infima di chi, probabilmente, non ha la forza di emergere dall'abisso della propria coscienza o contrastare l'impietosita gretta della propria natura.
Allo stesso modo, chi agisce in spirito di verità, pur nell'ingenuità o avventatezza od imprudenza delle proprie proposizioni, conclusioni ed ammissioni, non sarà scalfito da quel biasimo o travolto da quella collera che cova come brace ardente nel rancore della superbia umana.
O almeno lo si confida e lo si spera, nella misura in cui la giustizia, si affermi e si dica, non appartiene a questo mondo.
Ed al momento, umilmente, non mi sento di contraddire questa triste ed amara tesi.
Ora, nella misura in cui si riuscirà ad esser sinceri e presenti totalmente a se stessi al medesimo livello o dimensione extra-sensoriale si potrà essere capaci ed efficaci nei confronti delle dinamiche relazionali altrui.
La teoria economica come l'evidenza empirica, a mio strettissimo avviso, postulano come suppongono realtà che propriamente non gli appartengono. Poiché le realtà d'ipotesi od osservazione.. sono frutto di più livelli di analisi, valutazione e sfruttamento.
Quel che però rimane, sempre a mio volgarissimo avviso, è un denominatore comune tradotto nel concetto di "Valore".
Cos'è o casa dovrebbe essere il "Valore" ?
Dall'economia classica settecentesca all'iper liberismo finanziario del ventunesimo secolo, il concetto di Valore ha subito continui (opportuni od opportunistici ?!?) aggiustamenti.
Le sue congiunzioni e.o coniugazioni, ahimé, non sempre però hanno coinciso con lo "spirito di verità" (sempre ammesso naturalmente che tal "spirito di verità" in effetti esista. La mia barbara persona però, personalmente cocciuta, ostinata e credente, si ostina a ritenere che ciò sia del tutto evidente e propriamente conforme), diversamente si sono uniformate alle cosi "coniate" proprietà e virtù del "mercato".
Nella formulazione classica, il Mercato rappresentava "psicologicamente" il riflesso dei rapporti di forza tra nazioni nascenti (questo naturalmente dal punto di vista degli osservatori dell'epoca).
Col tempo quella stessa nozione di "Mercato" si è evoluta rappresentando oggi quell'archetipo dogma virtuale da tutti accettato!
In realtà, al di là di quelle realtà libere da fumose circonvenzioni ed audaci quanto tendenziose interpretazioni, il "Mercato" oggi altro non è che l'astrazione istituzionale di concentrazioni di potere che altrimenti non avrebbero motivo di esser ulteriormente tollerate.
Il "Mercato" non è prettamente un luogo fisico né altrimenti un entità specifica e definita. Diversamente è un complesso di relazioni ed intrecci d'interesse e potere che attraverso la leva del ricatto finanziario pregiudica la libertà di decisione di ogni singolo individuo, comunità, popolo e nazione.
Adam Smith, nella sua ingenua (mia personalissima interpretazione) ponderazione delle società umane, teorizzava e postulava la ricchezza delle nazioni come frutto, in primis, della suddivisione e specializzazione del lavoro ed, in secundis, nelle capacità produttive di accumulo di beni utili tali da creare un quid (surplus) da contrapporre quale parametro di crescita economica e conseguenzialmente sociale delle comunità.
Per carità..tal conclusione è una mia mera diagnosi amatoriale scevra da presupposti tecnico-accademici.
Ciò che però si riscontra in Smith non può dirsi certamente ed in ugual merito per la ricerca sullo studio e lo sviluppo sociale dei rinomati soloni del pensiero moderno.
Il pensiero moderno, figlio e frutto della "tara" del guadagno netto a prescindere, non si fregia dell'apostrofo di scienza dell'economia ma si macchia, per mia triste immagine, dell'epiteto di "Spregio della Dignità umana".
Il pensiero di lungo termine può esser tale solo se "sposo" del profitto immediato ed il profitto immediato si fa beffa della comunità come della sostenibilità dei sistemi: sociali, politici od economici che siano.
L'accumulo finanziario oggi permesso si traduce in accumulo di risorse subdolamente favorito. E grazie ad una maggiore interconnessione delle società umane, nell'attuale fase del globo terrestre, ciò si tradurrà in una perpetua depauperazione del benessere comune, avallata da una fittizia e falsa espressione di "consenso", a favore di una concentrazione di potere che nulla persegue o auspica se non l'autodistruzione........!

Un saluto amaro,
Elmoamf

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